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Quanti secondi dura un click?

28 Ottobre 2020

Come creare una call to action personalizzata (e che funzioni)

Rifletti un attimo su tutte le volte in cui hai cliccato su un pulsante presente su un sito web per iscriverti a una newsletter, acquistare un prodotto, lasciare i tuoi dati, scaricare un documento.

Cosa ti ha spinto a compiere quell’azione?

Sicuramente perché da quel click hai tratto un vantaggio: la newsletter era ricca di spunti interessanti, quel prodotto era esattamente quello che cercavi o quel documento conteneva informazioni utili per il tuo business. Sono però abbastanza convinta che tu abbia cliccato su quel pulsante anche perché l’invito all’azione era stato pensato e realizzato in maniera tale da convincerti a compierla.

Dietro il tuo click della durata di meno di un secondo c’era uno studio approfondito di marketing, che ti ha portato, ad effettuare un percorso culminato in un’azione specifica.

COSA E’ UNA CALL TO ACTION

Ne avrai sentito parlare mille volte, ma cosa è una call to action?

La call to action è, come dice la stessa espressione inglese, un invito che ha l’obiettivo di far compiere all’utente un’azione in modo chiaro ed esplicito. Possiamo pensare alla call to action – da questo momento CTA – come il traguardo di un percorso, la cui bandiera a scacchi è appunto l’azione da parte dell’utente. Di conseguenza, dietro alla CTA esiste sempre uno studio approfondito, la cui domanda principale è: cosa voglio che i miei utenti facciano una volta arrivati qui?

A COSA SERVE LA CALL TO ACTION

Le risposte alla domanda di cui sopra possono essere molteplici. La più immediata è: voglio che il mio cliente acquisti il mio prodotto/servizio. Chiaro, il fine ultimo è la vendita. Ma – a meno che non si stia parlando di un e-commerce e spesso neanche in questo caso – nel 99% dei casi il mio utente ha bisogno di altro prima di finalizzare un acquisto, sul sito oppure offline.

Le conversioni possono essere, come dicevamo, di diverso tipo, ad esempio il mio obiettivo potrebbe essere che l’utente:

  • Mi fornisca i suoi dati (la cosiddetta generazione di lead) per ottenere un vantaggio;
  • Si iscriva alla newsletter e quindi resti sempre aggiornato sulle novità o abbia modo attraverso le mie pubblicazioni di approfondire determinati argomenti
  • Condivida i miei contenuti sui social

Questi sono solo alcuni degli obiettivi delle call to action, che possiamo definire obiettivi di primo grado. Tuttavia, la CTA può anche avere il fine di guidare l’utente attraverso un percorso ben preciso attraverso altre pagine del mio sito web.

Opzione 1: l’acquisto

Poniamo il caso che io sia interessata all’acquisto di una t-shirt e che sia arrivata sul sito di e-commerce cliccando su una pubblicità. Ecco allora che verrò guidata attraverso un viaggio virtuale le cui tappe sono altri capi a cui potenzialmente potrei essere interessata. Voglio ad esempio analizzare altre t-shirt simili a quella che ha inizialmente colpito la mia attenzione? Oppure, magari, sono intenzionata ad abbinare alla mia t-shirt proprio quel paio di jeans che “guarda come stanno bene insieme!” e perché no, anche un paio di scarpe per completare il mio outfit… Eccetera, eccetera eccetera. Quindi, sono partita dal desiderio di una maglietta e alla fine ho riempito il mio carrello seguendo un percorso – fatto di tante call to action – che il marketing ha pensato per me.

Questo processo vale solo se ho un e-commerce?

Opzione 2: l’approfondimento

Il mio utente può essere condotto attraverso un percorso basato su approfondimenti testuali specifici incentrati sulle possibili applicazioni dei miei prodotti. La lettura di un articolo è comunque un’azione importante: richiede uno sforzo minore da parte dell’utente (che non è catapultato alla fase finale dell’acquisto o del contatto diretto) ma non per questo è un’azione di poco valore, anzi. Articolo dopo articolo, il mio utente percepirà di essere atterrato proprio sul sito giusto, perché non solo io sono in grado di risolvere il suo problema attraverso la soluzione che propongo, ma sono anche in grado di approfondire l’argomento, mostrando in maniera non invasiva la mia competenza in materia. Alla fine del suo percorso, se sarò stato bravo, gli occhi dell’utente cadranno su una CTA che lo inviterà a contattarmi per ricevere maggiori informazioni, lasciandomi i suoi dati.

Click, invia la richiesta. Il mio utente sconosciuto si è trasformato in una lead, cioè un preziosissimo contatto.

COME CREARE UNA CALL TO ACTION EFFICACE

Ho studiato il percorso nei minimi dettagli, l’utente è finalmente arrivato laddove era mia intenzione portarlo… Ma… La mia call to action è un flop. Niente click. Perché? Le possibilità possono essere davvero tante, ma seguire alcune best practice possono aiutare ad evitare il pericolo dell’insuccesso.

Solitamente la CTA è costituita da un pulsante al cui interno troveremo un testo, il vero e proprio invito all’azione. Per fare in modo che sia efficace, la CTA deve essere quindi curata sia a livello grafico che di contenuto.

A livello di usabilità ed estetica, la call to action:

Deve essere visibile e facilmente individuabile: la decisione di compiere un’azione si esaurisce in pochi istanti. Se sono costretto a perdere del tempo, nove volte su dieci abbandonerò la pagina ed ecco che la mia potenziale lead è andata in fumo. Posizionare la CTA all’inizio o alla fine di un contenuto testuale – ci dicono gli studi di neuromarketing e una buona dose di esperienza – aiuta parecchio.

Deve emergere dal resto della pagina: perché la call to action sia accattivante, è necessario che si distingua dagli altri contenuti della pagina. Usa un colore immediatamente visibile e facile da notare, Attenzione però alla scelta della palette: la CTA deve ispirare fiducia e allo stesso tempo deve essere coerente con il tuo brand (Sì, hai capito bene, bisogna essere ferrati anche in materia di psicologia dei colori, pensavi fosse facile, eh?)

Deve essere ottimizzato per il mobile. Vuoi davvero perdere tutta quella fetta di utenti che navigano da smartphone?

A livello testuale:

Deve essere breve: non dilungarti, hai sicuramente altri spazi deputati alle argomentazioni all’interno del sito.

Deve essere chiara: l’utente deve sentirsi sicuro nel cliccare, di conseguenza deve essere lampante cosa accadrà cliccando sul pulsante che hai pensato per lui. Sii chiaro e trasparente e definisci qual è il vantaggio nel proseguire sul percorso. Niente dubbi.

Deve essere coerente con il tuo brand e con il tuo stile comunicativo: fai attenzione al tono di voce. Se nella tua comunicazione prediligi un tono serio e professionale, sii coerente con te stesso. Un tono diverso potrebbe essere fuorviante e confondere l’utente.

Deve essere personalizzata: sii persuasivo, ma mai banale. I siti web sono pieni di “invia”, “scarica”, “clicca qui”. Prova a stimolare la zona limbica del cervello.

Fai test, poi altri test: non sempre ciò che funziona per gli altri o ciò che ti piace di più è la scelta migliore. Fai delle prove, testa, analizza, confronta i risultati.

ESEMPI DI CTA EFFICACI

Sai di avere 30 giorni di tempo per provare la piattaforma. Alla scadenza potrai, in tutta tranquillità, decidere se abbonarti oppure no. Al momento non paghi nulla. Ispira serenità da tutti i punti di vista e invita al “perché non provare?”

Come dicevamo, però, non sempre l’obiettivo della CTA è la vendita immediata. Prima di procedere a un acquisto, ad esempio per ciò che concerne i prodotti professionali, l’utente potrebbe voler saperne di più.

In questo caso un’azienda che ha creato una soluzione di CRM in cloud dà una doppia opzione all’utente, che può scegliere se attivare direttamente una prova gratuita o – passo prima – visionare la demo della soluzione, per capire se può o meno fare al caso suo.

Pensavi fosse un semplice pulsante.

Dimentica il “Clicca Qui”, ma contattaci e studieremo insieme le call to action più efficaci per il tuo business.

LinkedIn Stories: cosa sono e come utilizzarle per il business

23 Ottobre 2020

Linkedin Stories: la novità del mondo social.

Novità nel mondo del social media marketing: le stories su LinkedIn. Dopo l’enorme successo di Instagram e Facebook, il potentissimo mezzo delle storie è sbarcato anche nel mondo professionale.

Dal pochi giorni utenti e aziende hanno la possibilità di utilizzare questa nuova feature per condividere informazioni con la propria rete di riferimento.

Come funzionano le LinkedIn stories?

  • Per il momento, è possibile creare e visualizzare le stories esclusivamente utilizzando una versione aggiornata dell’app da mobile.
  • Come accade già per Instagram, è possibile creare le storie cliccando sul simbolo “+” inserito all’interno della cornice circolare nella parte superiore della homepage dell’App
  • L’utente o l’amministratore della pagina potranno caricare un’immagine o un video della durata massima di 20 secondi e esattamente come funziona per Facebook e Instagram si potrà inserire un testo, degli stickers e menzionare i propri collegamenti (di primo grado).
  • I testi sono disponibili in sei varianti di colore con due formattazioni possibili.
  • Gli stickers non sono in numero molto elevato e al momento non esiste una barra di ricerca per selezionare il più adatto al nostro scopo.
  • La principale novità è la “Domanda del giorno”, definita da LinkedIn e a cui gli utilizzatori delle stories possono rispondere. Ad esempio, la domanda del giorno di oggi, giovedì 22 ottobre, è la seguente: “Menziona il tuo mentore e racconta in che cosa ci aiutato”. Questo ci riporta al concetto che le LinkedIn stories sono state create principalmente per i professionisti, perché abbiano modo di raccontare, raccontarsi, condividere informazioni, creare conversazioni.

  • Come succede già sugli altri social, anche su LinkedIn le stories durano 24 ore.
  • Le storie possono essere condivisi con altri membri attraverso messaggi privati e i fruitori possono a loro volta inviare un messaggio all’utente creatore della storia, a patto che questo sia un collegamento di primo grado.
  • La storia, una volta pubblicata, non può essere modificata.

Cosa pubblicare sulle LinkedIn Stories?

Attenzione massima: LinkedIn non è Facebook, tantomeno Instagram. LinkedIn resta assolutamente un social professionale e come tale va utilizzato. Ciò vuol dire che anche le storie vanno utilizzate con parsimonia, evitando un possibile effetto boomerang.

Le storie sono un veicolo decisamente interessante per informare e aggiornare la propria rete su temi impattanti relativi al proprio mercato di riferimento e condividere informazioni in maniera più light e con elevato tasso di engagement.

È possibile, ad esempio, condividere pillole di business, faq aziendali relative all’utilizzo di un nuovo prodotto o servizio, momenti live come ad esempio una premiazione o la ricezione di un riconoscimento in real time, raccontare un’opportunità di lavoro presso la propria azienda, argomentare un topic di attualità.

Insomma, le possibilità sono davvero tante, l’importante è usare questo strumento per mostrare il proprio aspetto professionale, con un tocco più umano!

Vuoi sapere di più su come sfruttare le storie di LinkedIn? Parliamone insieme!

I 5 consigli di Borderline per scrivere un oggetto della mail efficace

9 Ottobre 2020

Oggi si celebra la Giornata Mondiale della Posta, che ricorda la nascita il 9 ottobre del 1874 dell’Unione Generale delle Poste, sottoscritta da 22 Paesi.

Proprio in occasione di questa ricorrenza, in agenzia, l’argomento “posta” è diventato oggetto di discussione accesa tra chi è un fan sfegatato della tastiera qwerty del PC e chi invece preferisce di gran lunga carta e inchiostro.

Insomma, una frase tira l’altra e siamo finiti a parlare di tutte quelle povere mail tanto ben pensate che hanno avuto un’orribile sorte, finendo tristemente nello spam e dimenticate anche dall’etere o beatamente spostate nel cestino dal ricevente.

Ecco, le mail finite nel cestino sono per noi fonte di incommensurabile tristezza, motivo per cui abbiamo deciso di scrivere un piccolo vademecum per far sì che ciò non debba accadere mai più (al netto dei problemi del server di posta, s’intende).

Di seguito, 5 consigli per scrivere un oggetto della mail efficace:

1. Breve è bello

Abbiamo tutti poco tempo e riceviamo tutti tante (ma tante) email al giorno. Poter leggere di cosa si tratta in pochi secondi può essere davvero d’aiuto. Senza contare che di solito i client di posta troncano gli oggetti troppo lunghi. Manteniamoci sui 50 caratteri spazi inclusi: aiuterà ad aumentare il tasso di apertura.

2. Suscitiamo interesse

Prima di cliccare su invio, proviamo a metterci nei panni del destinatario che dovrà aprire la mail e leggerla. È un sacco di tempo. Perché dovrebbe farlo? E soprattutto, noi apriremmo davvero quella mail? Cerchiamo quindi di non essere banali ma di non eccedere nell’altro senso, ma poniamo attenzione nella scrittura di un oggetto che sia accattivante e soprattutto interessante.

3. Prima le informazioni importanti

L’occhio umano durante la lettura fa attenzione andando da sinistra a destra. Inserendo le informazioni principali all’inizio dell’oggetto avremo più possibilità di catturare l’interesse dell’utente.

4. Semplici e chiari

Scriviamo esattamente quello che l’utente troverà all’interno della mail: il lettore deve sapere cosa aspettarsi quando la aprirà. Evitiamo quindi di usare un oggetto che potrebbe essere fuorviante o che faccia allusioni ad argomenti che poi non saranno espressi all’interno del corpo della mail.

5. Evitiamo le parole "spam"

Ci sono dei termini che proprio non piacciono ai provider di posta. Anzi, gli sono proprio indigesti, tanto che finiranno per sputare la nostra povera email in un luogo remoto dell’etere, dove difficilmente sarà ritrovata (che brutta sorte, vero?)

Quindi, mai inserire nell’oggetto parole come “gratis”, “tempo limitato”, “fallo ora”, “offerta”, niente OGGETTI SCRITTI IN MAIUSCOLO, non esagerate con i punti esclamativi, non usare parolacce, non usare troppi simboli.

Seguendo tutte queste belle regoline, avremo la sicurezza assoluta e incontrovertibile che la nostra email sarà aperta? No, no di certo. Le variabili sono talmente tante che nessuna regola vale sempre e per tutti.

Il modo migliore per capire se un oggetto è ben scritto (e se funziona) è fare dei test. Condurre costantemente dei test aumenterà il tuo tasso di apertura, rendendoti un email marketer decisamente migliore.

 

Ma se proprio non hai tempo, creatività e voglia di far pratica con l’email marketing… Noi siamo qui!

Facciamo due chiacchiere insieme!

Chi ha spostato il mio formaggio?

25 Settembre 2020

Una storia semplicissima, una piccola favola che come una bussola ci orienta e ci guida in un mondo in continua trasformazione

Settembre è ormai agli sgoccioli: siamo tornati in ufficio ormai da un po’. Con ancora un pizzico di malinconia per l’estate conclusa e gli ultimi accenni di abbronzatura, ma anche con tanta determinazione ed entusiasmo per i progetti in attivo e per i nuovi.

In effetti, settembre è per antonomasia il mese del cambiamento come stile, come mood mentale e arma vincente. Ed è proprio pensando al cambiamento che la nostra mente è volata verso una brevissima e illuminante lettura che tra un tuffo nel mare e uno nel bicchiere (birra, mojito, gin tonic, vabbè…) ci ha fatto compagnia durante queste vacanze. Si tratta del celebre “Chi ha spostato il mio formaggio?” dell’americano Spencer Johnson (Sperling & Kupfer Editori).

La storia

Un grande labirinto, simbolo della vita con il suo procedere imprevedibile e insidioso, è abitato da due topolini, Nasofino e Trottolino, e due gnomi, Tentenna e Ridolino. Le quattro creature, molto diverse tra loro, spendono il loro tempo alla ricerca del formaggio, obiettivo che rappresenta la realizzazione di ogni desiderio umano.

Un giorno riescono a trovarlo in abbondanza in un Grande Magazzino, ma subito diventa evidente il diverso approccio che topi e gnomi hanno con questa scoperta. I topolini rimangono all’erta, non si accomodano, non si rilassano. Gli gnomi, invece, più simili agli uomini, cominciano a considerare il Magazzino come un punto stabile, immutabile per la propria esistenza. Ma un giorno ecco lo sconvolgimento, il cambiamento che rompe gli equilibri.

Il Formaggio comincia a scemare, a diminuire fino a esaurirsi del tutto. I topolini, che avevano già intuito i segni di questa evoluzione, non vengono colti impreparati; senza troppi piagnistei si adattano alla nuova situazione e si rituffano nel Labirinto per andare alla ricerca di un nuovo deposito di Formaggio. Gli gnomi, invece, come reagiscono?

L'insegnamento di Risolino

Attaccati alle proprie abitudini, ogni mattino gli gnomi si recano al Magazzino aspettandosi che tutto sia tornato come prima. Ma così non accade. Il magazzino rimane vuoto e il formaggio un ricordo sempre più lontano. La situazione è grave, drammatica e finalmente Risolino se ne accorge. Contrariamente da Tentenna, capisce che è il momento di fare qualcosa. Così, superando angosce e paure, decide anche lui di tuffarsi nel Labirinto e di andare alla ricerca del Nuovo Formaggio. È l’inizio di un percorso di cambiamento e crescita che sfocia nelle seguenti massime:

  • se noterai per tempo i piccoli cambiamenti ti sarà più facile adattarti a quelli grandi, quando arriveranno;
  • seguire una direzione nuova aiuta a trovare il Nuovo Formaggio;
  • quando superi le tue paure ti senti libero;
  • se immagini di gustare il Nuovo Formaggio già prima di trovarlo, scoprirai la via giusta per conquistarlo;
  • quanto più rapidamente abbandonerai il Vecchio Formaggio tanto prima gusterai quello nuovo;
  • è meno pericoloso affrontare il Labirinto che rimanere fermi senza  Formaggio.

Un invito per tutti

Questa lettura è un grande invito. Un invito ad essere come Nasofino, che reagisce al cambiamento prima che gli eventi lo costringano a farlo. Oppure un invito a scrollarsi di dosso l’atteggiamento di Tentenna, schiavo delle abitudini, dei vecchi agi e incapace di guardare in faccia la realtà. Ma soprattutto un invito a fare come Risolino, che impara a ridere di se stesso, e dopo un’iniziale disorientamento decide di andare alla ricerca di un Nuovo Formaggio, imparando passo dopo passo un metodo di vita e di lavoro, capace di trasformare il temuto cambiamento in un’occasione di crescita e scoperta.

Analisi SWOT: la maieutica applicata all’impresa

9 Aprile 2020

Conosci te stesso come base del marketing strategico

Sul frontone del tempio di Apollo, a Delfi, per secoli ha troneggiato la scritta: “Conosci te stesso”. Una frase che ha condizionato moltissimi ambiti, tra i tanti la filosofia: in particolare, la prima figura storica che ci viene in mente è quella di Socrate, il filosofo, infatti, è ben noto per l’arte di incalzare gli interlocutori, mettendoli nelle condizioni di scandagliare nella propria interiorità per imparare a conoscerne luci e ombre farle proprie e metterle a frutto.

Come? Attraverso l’analisi SWOT , che in fondo altro non è se non la messa in pratica moderna del socratico “conosci te stesso” applicato all’ambito business.

Ma partiamo per gradi.

COSA E’ LA SWOT ANALYSIS

“SWOT” è un acronimo che sta per Strenghts, Weaknesses, Opportunities, Threats, quindi, in italiano, punti di forza, punti di debolezza, opportunità e minacce.

Costruire una matrice SWOT è semplice, come possiamo vedere:

Nella prima riga sono evidenziati gli aspetti interni dell’analisi, cioè quei fattori del business che dipendono dalla stessa azienda e su cui l’azienda ha il controllo. Sia i punti di forza che quelli di debolezza possono essere attivamente gestiti e quindi modificati dall’organizzazione.

Nella seconda riga invece sono individuati i fattori esterni– opportunità e minacce – su cui l’azienda non ha direttamente il controllo, ma che inevitabilmente possono incidere sul business.

DOMANDE DI BASE PER PARTIRE

Quali domande di base dobbiamo porci per poter costruire una swot analysis?

  1. Punti di forza:
  • In cosa la mia azienda è veramente forte?
  • Quali sono i plus che rendono competitiva la mia azienda?
  • Il mio brand è riconoscibile sul mercato?
  1. Punti di debolezza
  • In cosa la mia azienda pecca?
  • Quali aspetti del business andrebbero migliorati?
  • Quali competenze mancano nella mia azienda?
  1. Opportunità
  • Quali sono le opportunità (tecnologiche, sociali etc.) che il mercato potrebbe offrire e che la mia azienda potrebbe cogliere per migliorare il business?
  • A quale nuovo target potrei rivolgermi, considerando i volgimenti attuali del mercato?
  1. Minacce
  • Quali sono le azioni dei miei competitor che potrebbero danneggiare il business?
  • Come potrebbe questa situazione contingente del mercato danneggiare la mia attività?

 

I punti 3 e 4 – opportunità e minacce – possono essere analizzati partendo da un’analisi che solitamente si realizza a corredo della SWOT e che prende il nome di analisi SLEPT. Come SWOT, anche SLEPT è un acronimo, che sta per:

S: fattori sociali

L: fattori legislativi

E: fattori economici

P: fattori politici

T: fattori tecnologici

Facciamo un esempio di “opportunità” per rendere meglio il concetto:

Quando Amazon – che ha, lo sappiamo, il proprio core business nella logistica – decise di creare Amazon Prime Video scelse di fatto di entrare in un nuovo mercato che poco aveva a che fare con il segmento principale delle spedizioni. In altre parole, ha colto l’opportunità contingente dell’interesse verso le piattaforme di video on demand che cominciava, proprio in quel periodo, a crescere sulla fascia di target che da sempre era la SUA fascia di target privilegiata. Chi acquista su Amazon? Tendenzialmente i più giovani e le persone confidenti con la tecnologia, in grado di acquistare agilmente su piattaforme online.  Gli stessi che utilizzano con facilità le piattaforme di streaming video.

Ovviamente la tempistica è stata fondamentale: Amazon ha colto l’opportunità ancora prima che le piattaforme di streaming on demand diventassero un must have per tutti e non solo per i più giovani.

Ok, Amazon ha una capacità economica di un certo rilievo, è ovvio. Ma qui non stiamo parlando di spesa. Stiamo parlando di analisi e obiettivi realizzabili, i tanto decantati obiettivi SMART che sono, per definizione differenti per ogni azienda e devono essere chiaramente, realizzabili.

La conquista della luna può attendere.

GLI ATTORI DELLA SWOT ANALYSIS

Diciamoci la verità, analizzare a fondo se stessi, andando a considerare soprattutto gli elementi negativi non è facile, in quanto vuol dire ammettere che qualcosa non va. Ecco, per le aziende è la stessa cosa.

In realtà riflettere sui punti di debolezza e sulle minacce è fondamentale e se fatto con la massima sincerità, può consentire di operare un reale cambiamento e pervenire ad un sé migliore.

Da soli, però, non sempre si è in grado di mettere a punto questa analisi. Per questo, come nella psicologia, realizzare una swot analysis è un lavoro di squadra che prevede due attori fondamentali:

  • L’azienda, naturalmente. Solo l’azienda conosce a fondo se stessa (lati negativi compresi)
  • Come per l’analisi del sé esistono gli psicologi, così lato marketing esistono i consulenti. Dei moderni Socrate in grado di porre le giuste domande, con una visione a 360° gradi del mercato e in grado di tirar fuori il meglio dell’azienda, secondo una concezione che possiamo definire, appunto, “maieutica”.

Non basta non basta porsi le domande giuste: è necessario anche informarsi e avere una visione super partes. E in questo, l’aiuto di un consulente può fare davvero la differenza.

QUANDO FARE UNA SWOT ANALYSIS

Torniamo per un momento all’assioma che ha aperto la nostra indagine: “Conosci te stesso”.  Va da sé, tra il noi di adesso e il noi di quando avevamo 15 anni qualcosa è cambiato. Per le aziende il timing è ancora più stringente: si cambia di trimestre in trimestre, di anno in anno. La swot analysis non è qualcosa che una volta fatta possiamo considerare buona per gli anni a venire. Ogni anno, infatti, sorgono nuovi fattori, nuovi punti di forza o di debolezza e soprattutto nuove opportunità da cogliere e nuove minacce da evitare.

L’analisi SWOT quindi va realizzata tutte le volte che si va a compilare un piano marketing: sta all’azienda decidere se su base annuale, semestrale, per quarter etc.

Altro errore fondamentale da evitare: non c’è nulla di più sbagliato del realizzare l’analisi SWOT in maniera burocratica e compilativa, giusto perché “va fatta”. Un’analisi di questo tipo va fatta tenendo sempre bene a mente la strategia aziendale e gli obiettivi da perseguire. Solo così sarà possibile trovare e mantenere un posizionamento in grado di garantire all’azienda di raggiungere obiettivi definiti e ottenere, di conseguenza, dei profitti.

Hai bisogno di una consulenza per realizzare un’analisi SWOT? Contattaci, siamo qui per questo! 😃

Coronavirus: come i brand stanno rafforzando il legame con il proprio pubblico

30 Marzo 2020

Messaggi di valore per rassicurare e stimolare il consumatore in un momento di difficoltà senza precedenti. Ecco l'esempio virtuoso di alcuni brand

La diffusione del Covid19sta rivoluzionando, in ogni parte del pianeta, la vita di tutti. Con velocità inaspettata ha spazzato via le nostri abitudini, comportamenti che credevamo immutabili, gettandoci in una situazione totalmente inedita, in un nuovo modo di vivere che ogni giorno ci chiama a rinunciare a qualcosa che fino al giorno prima credevamo ordinario e scontato. Un mutamento che porta con sé preoccupazioni e incertezze invitando  i brand a fare un passo in avanti, a stringere ancora di più il rapporto con il proprio pubblico attraverso messaggi e comunicazioni di valore. Lo affermano i dati raccolti da Kantar, azienda specializzata in data management & Consulting, che ha intervistato 25.000 persone in 30 paesi per capire l’impatto della pandemia sulle loro abitudini e aspettative. Lo studio, oltre a fotografare un innalzamento della fruizione di tutti i media (web +70%, tv + 63%, social media + 61%) ha restituito l’immagine di un consumatore (77%) alla ricerca di suggerimenti e stimoli per reagire in maniera positiva a queste nuove, difficili e momentanee condizioni di vita. Una sfida che in tanti hanno già raccolto lanciando campagne ad hoc.

#IoEscoConLaFantasia

In un momento in cui la vita domestica rischia di trasformarsi in un frustrante periodo di isolamento e prigionia Gruppo Mondadori lancia sulle reti Mediaset e a seguire sui profili social la campagna #IoEscoConLaFantasia. Una comunicazione che intercetta il bisogno collettivo di evadere e lasciarsi alle spalle per qualche ora l’opprimente sensazione della quarantena. La campagna invita tutti, adulti e bambini, ad aprire un libro scoprendo così un potente mezzo per viaggiare, vivere infinite storie e avventure senza il bisogno di oltrepassare la soglia di casa.

#InsiemePerRipartire

Bmw Italia, invece, ha lanciato uno spot affidando il proprio messaggio al Brand Ambassador Alex Zanardi, uno dei campioni dell’automobilismo e dello sport paralimpico di cui l’Italia va più fiera. Lo sportivo che ha fatto di un tragico incidente l’occasione per rialzarsi e tagliare nuovi traguardi, ha invitato tutti a tenere duro ricordando che i momenti più difficile sono opportunità per migliorare e crescere. Un contributo potente, di grande ispirazione a cui si è aggiunto lo slogan “Noi Ci siamo. Anche a distanza di sicurezza” che sintetizza la volontà del marchio di rimanere vicino ai propri clienti anche in questo momento di emergenze sanitaria attraverso i siti e i canali social.

#RipartiamoDaCasa

In una situazione del genere non poteva mancare la reazione di Ikea, il colosso svedese che da decenni arreda le case di milioni di persone. La campagna #RipartiamoDaCasa aiuta il consumatore, tramite uno storytelling fluido e conciso, a riscoprire l’importanza di uno spazio capace di accogliere lavoro, creatività e famiglia. A partire dall’invito a riordinare tutto, compresi i pensieri, Ikea stimola il suo pubblico a vivere al massimo e sperimentare le diverse anime della propria casa trasformandola, a seconda dei bisogni, in ufficio, biblioteca, ristorante o luogo di relax.

Imparare a comunicare per sopravvivere in tempi difficili

17 Marzo 2020

Riuscire a trasmettere il giusto messaggio, offrire un’immagine capace di valorizzare la propria realtà, sviluppare un marketing che colpisca nel segno, sono fattori determinanti per lo sviluppo di un’impresa che voglia crescere anche in momenti ostici

La comunicazione è alla base dei rapporti interpersonali, ma anche aziendali, sia all’interno della singola realtà che nel circuito associativo, così come nella relazione con i portatori di interesse, siano essi clienti o fornitori. Un concetto apparentemente semplice, pressoché scontato. Eppure ancora molte imprese faticano a far emergere un’immagine corretta, in grado di valorizzare strutture, azioni, valori. Una mancanza che rischia di penalizzare il business individuale e che, se moltiplicato per un’intera categoria, impedisce persino il diffondersi di una considerazione forte nell’opinione pubblica, comportando implicitamente un’inevitabile ricaduta negativa.

Il primo passo è una semplice ma fondamentale riflessione, ovvero la presa di coscienza dell’importanza della comunicazione. Solo dopo aver realizzato quanto sia cruciale questo aspetto, è possibile avviare un processo di sviluppo che prende le mosse dal modo in cui ci si pone verso l’esterno. Nascono così i tre filoni distinti della comunicazione stessa, ovvero individuale, trade o b2b, cioè per addetti ai lavori, ed infine b2c, ovvero rivolta al grande pubblico.

Rimandando ad altre occasioni la trasmissione dell’informazione ai privati cittadini, che passa inevitabilmente dal sistema di comunicazione della singola azienda e dal modo di porsi verso l’esterno nel proprio ambito territoriale, oltre che dalla comunicazione rappresentativa della categoria da parte degli organismi associativi, è bene concentrarsi in prima istanza sul sistema tra operatori perché il messaggio è più rapido e funzionale, specialmente in un momento in cui, mai come ora, si avverte la necessità di creare sistema e fare squadra, per cercare di superare la difficile contingenza del Paese. Oltre al fatto che una buona comunicazione interna consente di realizzare un messaggio forte da veicolare all’esterno.

La comunicazione al vasto pubblico ha determinate dinamiche, ma non meno importante è la comunicazione interna, quella che avviene tra le imprese, sia direttamente che attraverso l’associazionismo. Un concetto, questo, ancora troppo labile in una nazione che ha fatto dell’individualismo una bandiera, senza considerare però il rovescio della medaglia, ovvero i limiti che l’incapacità di coalizzarsi comporta. Una coscienza comune, capace di far valere le richieste, di far circolare le idee e le istanze di un’intera categoria, rappresenta una cassa di risonanza indubbiamente maggiore, anche e soprattutto nell’ottenimento di quella considerazione indispensabile presso le istituzioni, i decisori d’acquisto, gli appaltatori.

Comunicare a colleghi o comunque a figure della filiera, ad eccezione, come detto, dell’ultimo anello, ovvero l’utilizzatore finale, è decisamente più semplice, se si considera il fatto che tutti sono, o dovrebbero essere, a conoscenza delle problematiche, ai vari livelli. E’ necessario, soprattutto in questi tempi così delicati, beneficiare di approfondimenti, analisi, confronti diretti su temi in discussione. In ciò viene in aiuto l’editoria specializzata, ovvero quelle riviste, cartacee e digitali capaci di portare avanti messaggi, inchieste, punti di vista, anche attraverso interviste e contatti diretti con i protagonisti di scelte e vicende che interessano tutto il settore. Anche il target selezionato di lettori consente di utilizzare un linguaggio idoneo, così come la conoscenza del lettorato implica uno sforzo nella ricerca di argomenti che stiano a cuore a chi sfoglia le riviste. Ecco allora che comunicare in ambito trade risulta importante per ciascuna realtà, dal momento che i referenti del messaggio sono figure in grado di comprendere, di leggere tra le righe, di lasciarsi influenzare da quanto possono riscontrare negli articoli, nelle rubriche, nelle nuove proposte presentate dalle aziende attraverso gli editori.

Investire, non solo in termini economici, ma anche di tempo e attenzione sulle riviste di settore, è un modo per prendere coscienza di un percorso comune teso al conseguimento di importanti obiettivi. Ascoltare le istanze di colleghi, referenti istituzionali, decisori d’acquisto, prendere visione delle iniziative di altre aziende, leggere le altrui esperienze, diventa un momento di informazione di qualità.Di altrettanta rilevanza è la condivisione di casisticheche possano così portare alla filiera sempre nuovi esempi. Positività e negatività sono entrambe importanti per una visione più ampia di un settore che desidera fare sistema. Il socratico “conosci te stesso” resta dunque un punto di partenza fondamentale per poter maturare, sia a livello individuale che di categoria, una visione strategica che possa poi tramutarsi in atti concreti a vantaggio di tutti i player. In tal senso l’editoria tecnica e la comunicazione trade sono lo strumento privilegiato al servizio delle aziende che, mai come oggi, sono chiamate a guardare al futuro.

La bellezza del cibo vero è che diventa brutto.

3 Marzo 2020

IL MOLDY WHOPPER DI BURGER KING COME STRATEGIA DI MARKETING FUORI DALLE RIGHE CHE FA PARLARE DI SE'

Sui social, vi sarete imbattuti di recente in una pubblicità raffigurante un panino ammuffito.

Nella fattispecie, un Whopper, l’iconico panino di Burger King: nella sua ultima pubblicità, datata 19 febbraio, la nota catena di fast food statunitense ha sostituito l’hamburger patinato delle classiche pubblicità con un panino che sembra essere stato dimenticato in frigo troppo a lungo da un coinquilino sbadato in un appartamento di studenti fuori sede.

Di sicuro non invita all’assaggio. O forse sì?

Si tratta di una campagna pubblicitaria globale volta a sottolineare l’impegno del noto brand nell’eliminazione dei conservanti artificiali. Entro la fine dell’anno, infatti, Burger King afferma che i Whopper americani (e tutti gli altri hamburger del menu) saranno prodotti senza l’uso di conservanti.

Il “Moldy Whopper” rappresenta quindi semplicemente il naturale esito dello scorrere del tempo su un hamburger: questa scelta si sposa bene con le sempre più elevate richieste da parte del mercato di prodotti più sani, che fanno bene alla salute e all’ambiente, oltre ad essere naturalmente più buoni. Burger King ha scelto di raccontare proprio questo, attraverso una storia coraggiosa e per certi versi, se vogliamo, anche discutibile.

Non è certo la prima volta che il gigante dei fast food adotta questo genere di approccio pubblicitario “aggressivo”, ma di impatto. Basti pensare alla campagna lanciata lo scorso dicembre. Per tutto il 2019 infatti Burger King ha nascosto un BigMac – burger rappresentativo del principale competitor, McDonald’s – dietro al Whopper in ogni pubblicità comparsa nel Regno Unito: uno scherzo rivelato alla fine dello scorso anno su Youtube e su Twitter con un video, creato con l’obiettivo di rendere evidente la differenza di dimensioni tra i due famosi panini. Oltre che di un geniale troll, si tratta senza dubbio di una scelta di marketing interessante che non tutti avrebbero avuto il coraggio di portare avanti, basata sulla storica concorrenza tra i due principali attori del fast food americano.

E non è neanche la prima volta in cui un panino ammuffito – anche se in questo caso dovremmo dire stranamente NON ammuffito – diventa il protagonista di una notizia di cronaca: memorabile l’esperimento compiuto da Hjortur Smarason nel 2009. Il cittadino islandese, particolarmente affezionato agli hamburger di McDonald’s, prima della chiusura dei vari punti vendita nell’isola, ha deciso di acquistare il suo ultimo panino con le patatine fritte. Non per consumarlo, ma per tenerlo come ricordo. Risultato? Dopo dieci anni il panino è ancora in ottima forma, senza muffa e senza particolari segni di decomposizione. E pensare che di strada ne ha fatta…

Probabilmente è stata proprio questa immagine a generare l’idea alla base del Moldy Whopper, il cui scopo è dimostrare esattamente il contrario. Insomma, tra le righe possiamo leggerci: i nostri panini diventeranno anche brutti, ma almeno sono privi di conservanti. Quale dei due scegliete di mangiare?

Tutto questo fa parte della strategia pubblicitaria di Burger King: essere sovversivi e spingere i confini creativi per generare una crescita del business è nel DNA dell’azienda e del suo CMO (Chief Marketing Officer) Fernando Machado.

Un approccio che si spinge verso le sponde di marketing più audace,  che può piacere o meno, ma che di sicuro genera interesse e reazioni.

E voi cosa ne pensate?

Siete curiosi? Volete approfondire? Guardate il video!

Crisis Management: l’importanza della comunicazione in situazioni di emergenza

17 Febbraio 2020

Ci vogliono vent’anni per costruire una reputazione e cinque minuti per rovinarla” – Warren Buffet, imprenditore ed economista statunitense.

Nella vita di ogni azienda esiste la probabilità che prima o poi si verifichi una crisi, un evento imprevisto che rischia di danneggiare la reputazione dell’organizzazione e che se mal gestita può lasciare una traccia indelebile non solo sui bilanci, ma anche nella memoria dei consumatori.

Nessuna impresa è invulnerabile, bisogna acquisire la consapevolezza che le crisi accadono: ciò che fa la differenza è il modo di affrontarle e soprattutto di comunicarle.

La gestione di una crisi aziendale è caratterizzata da una elevata complessità ed è fortemente esposta al rischio di errori. Per questo motivo, necessita di strategie ben precise, piani di intervento mirati e professionisti specializzati nella comunicazione in stato di emergenza.

TIPOLOGIE DI CRISI

Generalmente vengono individuate quattro macro categorie di crisi aziendali.

  • Crisi istituzionale (es. scontri tra vertici, conflittualità istituzionali…)
  • Crisi finanziarie (es. bilancio in passivo, crollo in borsa…)
  • Crisi di prodotto o di servizio (es. crollo delle vendite, ritiro di prodotti, incidenti…)
  • Crisi che screditano i vertici aziendali (es. vertenze giudiziarie, arresti…)

STATO DI CRISI AZIENDALE: QUALE PROCEDURA?

Come affrontare una crisi aziendale? Ogni crisi è un evento a sé, è per definizione fluida: non esiste un rigido protocollo per gestirla e non è sicuramente possibile imbrigliarla all’interno di schemi predefiniti. Anzi, modelli eccessivamente blindati corrono il rischio di diventare controproducenti. Allo stesso tempo, però, trovarsi completamente impreparati non è una strada percorribile: spesso il management viene colto di sorpresa e questo comporta la mancanza di una pianificazione, di procedure, strumenti operativi consoni e un team di persone adeguatamente formate.

La gestione di una crisi inizia ben prima che questa si sia effettivamente verificata:

  • Prevedere per prevenire: l’impreparazione durante una crisi aumenta esponenzialmente il rischio di errore. Ogni azienda dovrebbe quindi porsi, in via preventiva, le seguenti domande: a quali tipi di crisi potremmo essere esposti? Quando come e dove tale crisi può verificarsi?
  • Standardizzare i ruoli di unità di crisi e definire i possibili scenari nel caso di emergenza. Occorre costruire un’unità di crisi e allenare il team ad un modus operandi che consenta una maggiore tempestività in caso di necessità.
  • Dotarsi di un ufficio stampa preparato ed efficiente in grado di gestire il processo di comunicazione della crisi all’interno e soprattutto all’esterno dell’azienda.

COMUNICAZIONE DELLA CRISI: L'IMPORTANZA DELL'UFFICIO STAMPA

La comunicazione costituisce l’essenza del crisis management: qualunque crisi crea un fabbisogno informativo.
Il rischio più grande in situazioni di emergenza è quello di cedere alla tentazione del “silenzio stampa”. Non comunicare o peggio sfuggire al confronto con gli interlocutori è una strada facile, ma diretta inevitabilmente verso il baratro. I media si interesseranno comunque alla notizia e la mancata comunicazione si tradurrà in un’amplificazione degli effetti negativi. Soprattutto oggi, nell’era di Internet, i processi di comunicazione vengono accelerati, i rumors diventano velocemente di dominio pubblico e soprattutto si crea un luogo virtuale da cui tutti, anche dopo diverso tempo, potranno continuare a pescare informazioni, magari errate, sull’accaduto.

In una situazione di crisi è necessario definire in primis una posizione aziendale ufficiale, che va poi tradotta a livello di comunicazione in un linguaggio adeguato a seconda dei pubblici con cui si è tenuti ad interloquire, dai media ai consumatori, dalle istituzioni agli stakeholder.

In particolare, il rapporto tra organizzazione e media deve essere trasparente ed efficace e in questo la figura dell’ufficio stampa è fondamentale: dotarsi di una risorsa esperta in relazioni con i media e crisis management fa sì che il messaggio venga diffuso in modo chiaro, tempestivo e trasversale attraverso vari canali (comunicati stampa, sito internet, social, forum, blog, conferenze stampa etc.)

Alcune best practice della comunicazione in stato di crisi sono:

  • Mai sottostimare la crisi e mai minimizzare il danno
  • Essere tempestivi: una volta definita la procedura di intervento per arginare la crisi in atto, è fondamentale “parlare per primi”, veicolando un’informazione ufficiale. Questo consente di gestire – e non subire – il processo di comunicazione
  • Essere trasparenti: la disponibilità a fornire spiegazioni, dati, cifre e qualsiasi elemento utile a comprendere le cause dell’emergenza sono gli elementi cardine per essere credibili e autorevoli.

La comunicazione di crisi è un evento circoscritto e a sé stante, ma di fatto può essere considerata un’estensione naturale di un lavoro di comunicazione puntuale e continuativo. Gestire una crisi e preservare la reputazione aziendale rappresenta un’incombenza meno onerosa quando l’azienda ha costruito un efficace rapporto con i media e con l’opinione pubblica, grazie al supporto di un’attività di ufficio stampa portata avanti nel tempo da professionisti del settore.

La SEO è morta. O forse no.

27 Gennaio 2020

Consigli utili per ottimizzare il tuo sito web sui motori di ricerca nel difficile mondo degli algoritmi

Ti sei mai chiesto quante ricerche vengono fatte su Google ogni giorno? Circa 5,6 miliardi. Un numero stratosferico, vero? Eppure, per quanto ti sembri elevata, questa cifra è di gran lunga inferiore al quantitativo dei contenuti presenti in rete. In sostanza, sul web l’offerta supera la domanda.

Cerchiamo sul web la frase “Cosa è il digital marketing”.

Nel mondo, una query come questa produce 108.000.000 risultati. Cioè 108.000.000 contenuti virtuali sul web rispondono a questa domanda.

La tendenza è in costante aumento: la produzione di contenuti continua a superare il numero delle ricerche. Senza contare che lo stesso Google si sta trasformando per fornire le risposte prima ancora che l’utente atterri su un sito web.

In questo caso vediamo che per conoscere la risposta alla mia domanda “quanto è alto Messi”, non ho perso tempo a cercare la risposta su un sito. Google mi ha fornito immediatamente la risposta, anzi, ha fatto di più. Ha risposto alle mie potenziali esigenze inespresse, indicandomi nelle ricerche correlate che magari potrei essere interessata a conoscere anche l’altezza di Cristiano Ronaldo, di Diego Armando Maradona e di Paulo Dybala.

Tradotto, questo significa che la percentuale di traffico che Google indirizza ai risultati organici (che quindi dipendono dalla SEO) è diminuita. Di conseguenza, è sempre più difficile far sì che il proprio sito web compaia tra le ricerche del motore di ricerca, al netto di sponsorizzazioni.

Ecco il perché della domanda, legittima e provocatoria: la SEO è morta? Niente suspense, la risposta è un “gigantesco NO”. E ti spieghiamo perché.

La SEO è viva e vegeta. E’ solo che ha scoperto che ci sono tanti attori con cui può giocare per renderci la vita complicata.

I primi posti su Google bisogna meritarseli lavorando sodo e in questo il motore di ricerca non ci aiuta granché: come scrive Neil Patel (specialista SEO e Marketing a livello mondiale) “nel 2010 Google ha cambiato l’algoritmo 516 volte. Questo numero è salito a 1.653 volte nel 2016 e a 3.234 nel 2018. Non conosciamo i dati degli ultimi due anni, ma puoi scommettere che il numero degli aggiornamenti sia cresciuto ancora”. [per l’articolo completo in inglese clicca qui].

In una giungla di ricerche e contenuti, ottimizzare il proprio sito a livello SEO e renderlo visibile sul web non è un di cui. E’ LA priorità.

Come fare? Si sente parlare – un po’ troppo spesso – di metodi vantaggiosi e veloci per migliorare la SEO, ma la Search Engine Optimization riguarda in realtà moltissimi aspetti: i contenuti testuali, la user experience del sito, la gestione dei link in entrata (i cosiddetti backlink) e in uscita (quindi i link a cui il tuo sito web punta), l’advertising… Fa tutto parte di un gigantesco insieme in cui nessuna delle parti può essere ignorata.

Non esiste la bacchetta magica. Su cosa lavorare?

Sia che si tratti di contenuti organici, che di sponsorizzazioni a pagamento, ci sono degli accorgimenti di cui proprio nessun’azienda che voglia essere trovata su Google può fare a meno. Vediamone alcuni.

Migliora l’esperienza utente sul sito

Posso avere un sito bellissimo, pieno di immagini stratosferiche, di quelli che suscitano il famiger… ehm, famoso “effetto wow”, ma se gli utenti non navigano bene, se non trovano quello di cui hanno bisogno in maniera veloce, facile e intuitiva, fidati, cercheranno le risposte da un’altra parte. Sul sito del tuo competitor, magari.

Uno scenario orribile, vero?

Migliorare la user experience su un sito significa costruire percorsi chiari e intuitivi, aumentare la velocità di caricamento delle pagine, ottimizzare le URL, correggere i link “rotti” e gli errori 404, aggiornare la sitemap e tanto altro.

Se questo vale in versione desktop, il problema si quintuplica da mobile. A partire dal 1° luglio 2019, Google predilige l’indicizzazione delle versioni mobile di tutti i nuovi domini web: questo vuol dire che ogni sito verrà scansionato dal Googlebot in modalità smartphone, che userà i dati mobile per comprendere la struttura e i link tra le pagine ed estrapolare gli snippet da visualizzare nei risultati di ricerca.

E se il tuo sito non è mobile friendly? Sarà penalizzato. Da Google e di conseguenza dai tuoi utenti.

Scrivi contenuti approfonditi e che rispondano a delle domande

Tanto banale quanto vero: su Google gli utenti fanno domande e cercano risposte. Risposte concrete, però, non fuffologia applicata alla sempreverde leadership di mercato.

La dura verità è che possiamo raccontarci quanto siamo belli, quanto siamo bravi, quanto siamo #primisulmercato (quale mercato? In base a quali dati? Argh!), ma facciamoci un bell’esame di coscienza: sono contenuti che davvero informano l’utente? O sono contenuti che piacciono a noi?

Ecco perché esistono i professionisti del content marketing: perché una cosa non deve escludere l’altra.

Il primo step è creare dei testi che rispondano alle domande degli utenti: conoscere il proprio target, anche in questo senso, è fondamentale.

Cosa serve al mio utente? Quali sono i suoi reali bisogni nel quotidiano? Come la mia azienda/il mio prodotto può rispondere alle sue esigenze e risolvere un suo potenziale problema? Rispondere efficacemente ai quesiti di cui sopra ci aiuterà a creare contenuti utili e premianti. Per i nostri clienti, per i nostri prospect e… per la nostra SEO.

Se vuoi migliorare la tua SEO, occorre scrivere contenuti specifici e mai superficiali, dedicati ad argomenti precisi. Per farlo, però, è indispensabile condurre un lungo e certosino lavoro di monitoraggio delle query di ricerca, delle parole chiave e delle strategie di comunicazione più adatte a veicolare un contenuto esaustivo, utile e ben visibile sui motori di ricerca anche nel medio-lungo termine.

Personalizza il percorso dell’utente sul tuo sito

A parità di ricerca su Google tra me e un altro utente, molto probabilmente i risultati saranno diversi. Questo perché il motore di ricerca sta tentando di personalizzare i risultati di ricerca in base alle preferenze: ovunque tu stia usando il tuo dispositivo, Google analizza i dati, per offrirti un’esperienza sempre più personalizzata.

Come si traduce in termini pratici? Personalizza l’esperienza per una specifica categoria di utenti: questo ti aiuterà a posizionarti meglio sul medio-lungo termine e migliorerà di gran lunga le tue metriche.

Non stiamo parlando necessariamente di contenuti sponsorizzati (Google ADS e affini), ma di strategie organiche di customizzazione della navigazione del vostro sito.

Ad esempio, una volta che l’utente sarà atterrato su una pagina web, sarà opportuno costruire un percorso in grado di “adattarsi” alle categorie di interesse di chi naviga, mostrando nuovi contenuti utili al suo scopo (quantomeno quello che si evince dalla ricerca che ha condotto sul web). Fino ad arrivare a convincere l’utente che la tua azienda non solo vende, ma prima di tutto informa perché vuole essere un tuo partner e perché è competente sul suo mercato, fino a quando sarà l’utente stesso a scegliere (opportunamente guidato) di compilare magari un form di contatto e rilasciarti i suoi dati pur di ottenere qualche “vantaggio”. Altre informazioni? Datasheet? Schede prodotto? Questo è tutto da definire.

Fai in modo che percepisca il tuo valore aggiunto, al di là della vendita (almeno non nell’immediato): la fiducia dell’utente aumenterà, le metriche del tuo sito ringrazieranno, le conversioni avranno buone probabilità di crescere.

Cerca di essere presente su diversi canali

Il web marketing a tutto tondo è l’habitat naturale della SEO. Google studia i siti web, ma non sono i soli attori che gli interessano.

I social network, le DEM, le pubblicazioni su testate di settore, sono tutti elementi trasversali che non solo ottimizzano la presenza sul web, ma aiutano parecchio anche a livello di brand awareness.

And Google loves Brands.