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Coronavirus: come i brand stanno rafforzando il legame con il proprio pubblico

30 Marzo 2020

Messaggi di valore per rassicurare e stimolare il consumatore in un momento di difficoltà senza precedenti. Ecco l'esempio virtuoso di alcuni brand

La diffusione del Covid19sta rivoluzionando, in ogni parte del pianeta, la vita di tutti. Con velocità inaspettata ha spazzato via le nostri abitudini, comportamenti che credevamo immutabili, gettandoci in una situazione totalmente inedita, in un nuovo modo di vivere che ogni giorno ci chiama a rinunciare a qualcosa che fino al giorno prima credevamo ordinario e scontato. Un mutamento che porta con sé preoccupazioni e incertezze invitando  i brand a fare un passo in avanti, a stringere ancora di più il rapporto con il proprio pubblico attraverso messaggi e comunicazioni di valore. Lo affermano i dati raccolti da Kantar, azienda specializzata in data management & Consulting, che ha intervistato 25.000 persone in 30 paesi per capire l’impatto della pandemia sulle loro abitudini e aspettative. Lo studio, oltre a fotografare un innalzamento della fruizione di tutti i media (web +70%, tv + 63%, social media + 61%) ha restituito l’immagine di un consumatore (77%) alla ricerca di suggerimenti e stimoli per reagire in maniera positiva a queste nuove, difficili e momentanee condizioni di vita. Una sfida che in tanti hanno già raccolto lanciando campagne ad hoc.

#IoEscoConLaFantasia

In un momento in cui la vita domestica rischia di trasformarsi in un frustrante periodo di isolamento e prigionia Gruppo Mondadori lancia sulle reti Mediaset e a seguire sui profili social la campagna #IoEscoConLaFantasia. Una comunicazione che intercetta il bisogno collettivo di evadere e lasciarsi alle spalle per qualche ora l’opprimente sensazione della quarantena. La campagna invita tutti, adulti e bambini, ad aprire un libro scoprendo così un potente mezzo per viaggiare, vivere infinite storie e avventure senza il bisogno di oltrepassare la soglia di casa.

#InsiemePerRipartire

Bmw Italia, invece, ha lanciato uno spot affidando il proprio messaggio al Brand Ambassador Alex Zanardi, uno dei campioni dell’automobilismo e dello sport paralimpico di cui l’Italia va più fiera. Lo sportivo che ha fatto di un tragico incidente l’occasione per rialzarsi e tagliare nuovi traguardi, ha invitato tutti a tenere duro ricordando che i momenti più difficile sono opportunità per migliorare e crescere. Un contributo potente, di grande ispirazione a cui si è aggiunto lo slogan “Noi Ci siamo. Anche a distanza di sicurezza” che sintetizza la volontà del marchio di rimanere vicino ai propri clienti anche in questo momento di emergenze sanitaria attraverso i siti e i canali social.

#RipartiamoDaCasa

In una situazione del genere non poteva mancare la reazione di Ikea, il colosso svedese che da decenni arreda le case di milioni di persone. La campagna #RipartiamoDaCasa aiuta il consumatore, tramite uno storytelling fluido e conciso, a riscoprire l’importanza di uno spazio capace di accogliere lavoro, creatività e famiglia. A partire dall’invito a riordinare tutto, compresi i pensieri, Ikea stimola il suo pubblico a vivere al massimo e sperimentare le diverse anime della propria casa trasformandola, a seconda dei bisogni, in ufficio, biblioteca, ristorante o luogo di relax.

Imparare a comunicare per sopravvivere in tempi difficili

17 Marzo 2020

Riuscire a trasmettere il giusto messaggio, offrire un’immagine capace di valorizzare la propria realtà, sviluppare un marketing che colpisca nel segno, sono fattori determinanti per lo sviluppo di un’impresa che voglia crescere anche in momenti ostici

La comunicazione è alla base dei rapporti interpersonali, ma anche aziendali, sia all’interno della singola realtà che nel circuito associativo, così come nella relazione con i portatori di interesse, siano essi clienti o fornitori. Un concetto apparentemente semplice, pressoché scontato. Eppure ancora molte imprese faticano a far emergere un’immagine corretta, in grado di valorizzare strutture, azioni, valori. Una mancanza che rischia di penalizzare il business individuale e che, se moltiplicato per un’intera categoria, impedisce persino il diffondersi di una considerazione forte nell’opinione pubblica, comportando implicitamente un’inevitabile ricaduta negativa.

Il primo passo è una semplice ma fondamentale riflessione, ovvero la presa di coscienza dell’importanza della comunicazione. Solo dopo aver realizzato quanto sia cruciale questo aspetto, è possibile avviare un processo di sviluppo che prende le mosse dal modo in cui ci si pone verso l’esterno. Nascono così i tre filoni distinti della comunicazione stessa, ovvero individuale, trade o b2b, cioè per addetti ai lavori, ed infine b2c, ovvero rivolta al grande pubblico.

Rimandando ad altre occasioni la trasmissione dell’informazione ai privati cittadini, che passa inevitabilmente dal sistema di comunicazione della singola azienda e dal modo di porsi verso l’esterno nel proprio ambito territoriale, oltre che dalla comunicazione rappresentativa della categoria da parte degli organismi associativi, è bene concentrarsi in prima istanza sul sistema tra operatori perché il messaggio è più rapido e funzionale, specialmente in un momento in cui, mai come ora, si avverte la necessità di creare sistema e fare squadra, per cercare di superare la difficile contingenza del Paese. Oltre al fatto che una buona comunicazione interna consente di realizzare un messaggio forte da veicolare all’esterno.

La comunicazione al vasto pubblico ha determinate dinamiche, ma non meno importante è la comunicazione interna, quella che avviene tra le imprese, sia direttamente che attraverso l’associazionismo. Un concetto, questo, ancora troppo labile in una nazione che ha fatto dell’individualismo una bandiera, senza considerare però il rovescio della medaglia, ovvero i limiti che l’incapacità di coalizzarsi comporta. Una coscienza comune, capace di far valere le richieste, di far circolare le idee e le istanze di un’intera categoria, rappresenta una cassa di risonanza indubbiamente maggiore, anche e soprattutto nell’ottenimento di quella considerazione indispensabile presso le istituzioni, i decisori d’acquisto, gli appaltatori.

Comunicare a colleghi o comunque a figure della filiera, ad eccezione, come detto, dell’ultimo anello, ovvero l’utilizzatore finale, è decisamente più semplice, se si considera il fatto che tutti sono, o dovrebbero essere, a conoscenza delle problematiche, ai vari livelli. E’ necessario, soprattutto in questi tempi così delicati, beneficiare di approfondimenti, analisi, confronti diretti su temi in discussione. In ciò viene in aiuto l’editoria specializzata, ovvero quelle riviste, cartacee e digitali capaci di portare avanti messaggi, inchieste, punti di vista, anche attraverso interviste e contatti diretti con i protagonisti di scelte e vicende che interessano tutto il settore. Anche il target selezionato di lettori consente di utilizzare un linguaggio idoneo, così come la conoscenza del lettorato implica uno sforzo nella ricerca di argomenti che stiano a cuore a chi sfoglia le riviste. Ecco allora che comunicare in ambito trade risulta importante per ciascuna realtà, dal momento che i referenti del messaggio sono figure in grado di comprendere, di leggere tra le righe, di lasciarsi influenzare da quanto possono riscontrare negli articoli, nelle rubriche, nelle nuove proposte presentate dalle aziende attraverso gli editori.

Investire, non solo in termini economici, ma anche di tempo e attenzione sulle riviste di settore, è un modo per prendere coscienza di un percorso comune teso al conseguimento di importanti obiettivi. Ascoltare le istanze di colleghi, referenti istituzionali, decisori d’acquisto, prendere visione delle iniziative di altre aziende, leggere le altrui esperienze, diventa un momento di informazione di qualità.Di altrettanta rilevanza è la condivisione di casisticheche possano così portare alla filiera sempre nuovi esempi. Positività e negatività sono entrambe importanti per una visione più ampia di un settore che desidera fare sistema. Il socratico “conosci te stesso” resta dunque un punto di partenza fondamentale per poter maturare, sia a livello individuale che di categoria, una visione strategica che possa poi tramutarsi in atti concreti a vantaggio di tutti i player. In tal senso l’editoria tecnica e la comunicazione trade sono lo strumento privilegiato al servizio delle aziende che, mai come oggi, sono chiamate a guardare al futuro.

La bellezza del cibo vero è che diventa brutto.

3 Marzo 2020

IL MOLDY WHOPPER DI BURGER KING COME STRATEGIA DI MARKETING FUORI DALLE RIGHE CHE FA PARLARE DI SE'

Sui social, vi sarete imbattuti di recente in una pubblicità raffigurante un panino ammuffito.

Nella fattispecie, un Whopper, l’iconico panino di Burger King: nella sua ultima pubblicità, datata 19 febbraio, la nota catena di fast food statunitense ha sostituito l’hamburger patinato delle classiche pubblicità con un panino che sembra essere stato dimenticato in frigo troppo a lungo da un coinquilino sbadato in un appartamento di studenti fuori sede.

Di sicuro non invita all’assaggio. O forse sì?

Si tratta di una campagna pubblicitaria globale volta a sottolineare l’impegno del noto brand nell’eliminazione dei conservanti artificiali. Entro la fine dell’anno, infatti, Burger King afferma che i Whopper americani (e tutti gli altri hamburger del menu) saranno prodotti senza l’uso di conservanti.

Il “Moldy Whopper” rappresenta quindi semplicemente il naturale esito dello scorrere del tempo su un hamburger: questa scelta si sposa bene con le sempre più elevate richieste da parte del mercato di prodotti più sani, che fanno bene alla salute e all’ambiente, oltre ad essere naturalmente più buoni. Burger King ha scelto di raccontare proprio questo, attraverso una storia coraggiosa e per certi versi, se vogliamo, anche discutibile.

Non è certo la prima volta che il gigante dei fast food adotta questo genere di approccio pubblicitario “aggressivo”, ma di impatto. Basti pensare alla campagna lanciata lo scorso dicembre. Per tutto il 2019 infatti Burger King ha nascosto un BigMac – burger rappresentativo del principale competitor, McDonald’s – dietro al Whopper in ogni pubblicità comparsa nel Regno Unito: uno scherzo rivelato alla fine dello scorso anno su Youtube e su Twitter con un video, creato con l’obiettivo di rendere evidente la differenza di dimensioni tra i due famosi panini. Oltre che di un geniale troll, si tratta senza dubbio di una scelta di marketing interessante che non tutti avrebbero avuto il coraggio di portare avanti, basata sulla storica concorrenza tra i due principali attori del fast food americano.

E non è neanche la prima volta in cui un panino ammuffito – anche se in questo caso dovremmo dire stranamente NON ammuffito – diventa il protagonista di una notizia di cronaca: memorabile l’esperimento compiuto da Hjortur Smarason nel 2009. Il cittadino islandese, particolarmente affezionato agli hamburger di McDonald’s, prima della chiusura dei vari punti vendita nell’isola, ha deciso di acquistare il suo ultimo panino con le patatine fritte. Non per consumarlo, ma per tenerlo come ricordo. Risultato? Dopo dieci anni il panino è ancora in ottima forma, senza muffa e senza particolari segni di decomposizione. E pensare che di strada ne ha fatta…

Probabilmente è stata proprio questa immagine a generare l’idea alla base del Moldy Whopper, il cui scopo è dimostrare esattamente il contrario. Insomma, tra le righe possiamo leggerci: i nostri panini diventeranno anche brutti, ma almeno sono privi di conservanti. Quale dei due scegliete di mangiare?

Tutto questo fa parte della strategia pubblicitaria di Burger King: essere sovversivi e spingere i confini creativi per generare una crescita del business è nel DNA dell’azienda e del suo CMO (Chief Marketing Officer) Fernando Machado.

Un approccio che si spinge verso le sponde di marketing più audace,  che può piacere o meno, ma che di sicuro genera interesse e reazioni.

E voi cosa ne pensate?

Siete curiosi? Volete approfondire? Guardate il video!

Crisis Management: l’importanza della comunicazione in situazioni di emergenza

17 Febbraio 2020

Ci vogliono vent’anni per costruire una reputazione e cinque minuti per rovinarla” – Warren Buffet, imprenditore ed economista statunitense.

Nella vita di ogni azienda esiste la probabilità che prima o poi si verifichi una crisi, un evento imprevisto che rischia di danneggiare la reputazione dell’organizzazione e che se mal gestita può lasciare una traccia indelebile non solo sui bilanci, ma anche nella memoria dei consumatori.

Nessuna impresa è invulnerabile, bisogna acquisire la consapevolezza che le crisi accadono: ciò che fa la differenza è il modo di affrontarle e soprattutto di comunicarle.

La gestione di una crisi aziendale è caratterizzata da una elevata complessità ed è fortemente esposta al rischio di errori. Per questo motivo, necessita di strategie ben precise, piani di intervento mirati e professionisti specializzati nella comunicazione in stato di emergenza.

TIPOLOGIE DI CRISI

Generalmente vengono individuate quattro macro categorie di crisi aziendali.

  • Crisi istituzionale (es. scontri tra vertici, conflittualità istituzionali…)
  • Crisi finanziarie (es. bilancio in passivo, crollo in borsa…)
  • Crisi di prodotto o di servizio (es. crollo delle vendite, ritiro di prodotti, incidenti…)
  • Crisi che screditano i vertici aziendali (es. vertenze giudiziarie, arresti…)

STATO DI CRISI AZIENDALE: QUALE PROCEDURA?

Come affrontare una crisi aziendale? Ogni crisi è un evento a sé, è per definizione fluida: non esiste un rigido protocollo per gestirla e non è sicuramente possibile imbrigliarla all’interno di schemi predefiniti. Anzi, modelli eccessivamente blindati corrono il rischio di diventare controproducenti. Allo stesso tempo, però, trovarsi completamente impreparati non è una strada percorribile: spesso il management viene colto di sorpresa e questo comporta la mancanza di una pianificazione, di procedure, strumenti operativi consoni e un team di persone adeguatamente formate.

La gestione di una crisi inizia ben prima che questa si sia effettivamente verificata:

  • Prevedere per prevenire: l’impreparazione durante una crisi aumenta esponenzialmente il rischio di errore. Ogni azienda dovrebbe quindi porsi, in via preventiva, le seguenti domande: a quali tipi di crisi potremmo essere esposti? Quando come e dove tale crisi può verificarsi?
  • Standardizzare i ruoli di unità di crisi e definire i possibili scenari nel caso di emergenza. Occorre costruire un’unità di crisi e allenare il team ad un modus operandi che consenta una maggiore tempestività in caso di necessità.
  • Dotarsi di un ufficio stampa preparato ed efficiente in grado di gestire il processo di comunicazione della crisi all’interno e soprattutto all’esterno dell’azienda.

COMUNICAZIONE DELLA CRISI: L'IMPORTANZA DELL'UFFICIO STAMPA

La comunicazione costituisce l’essenza del crisis management: qualunque crisi crea un fabbisogno informativo.
Il rischio più grande in situazioni di emergenza è quello di cedere alla tentazione del “silenzio stampa”. Non comunicare o peggio sfuggire al confronto con gli interlocutori è una strada facile, ma diretta inevitabilmente verso il baratro. I media si interesseranno comunque alla notizia e la mancata comunicazione si tradurrà in un’amplificazione degli effetti negativi. Soprattutto oggi, nell’era di Internet, i processi di comunicazione vengono accelerati, i rumors diventano velocemente di dominio pubblico e soprattutto si crea un luogo virtuale da cui tutti, anche dopo diverso tempo, potranno continuare a pescare informazioni, magari errate, sull’accaduto.

In una situazione di crisi è necessario definire in primis una posizione aziendale ufficiale, che va poi tradotta a livello di comunicazione in un linguaggio adeguato a seconda dei pubblici con cui si è tenuti ad interloquire, dai media ai consumatori, dalle istituzioni agli stakeholder.

In particolare, il rapporto tra organizzazione e media deve essere trasparente ed efficace e in questo la figura dell’ufficio stampa è fondamentale: dotarsi di una risorsa esperta in relazioni con i media e crisis management fa sì che il messaggio venga diffuso in modo chiaro, tempestivo e trasversale attraverso vari canali (comunicati stampa, sito internet, social, forum, blog, conferenze stampa etc.)

Alcune best practice della comunicazione in stato di crisi sono:

  • Mai sottostimare la crisi e mai minimizzare il danno
  • Essere tempestivi: una volta definita la procedura di intervento per arginare la crisi in atto, è fondamentale “parlare per primi”, veicolando un’informazione ufficiale. Questo consente di gestire – e non subire – il processo di comunicazione
  • Essere trasparenti: la disponibilità a fornire spiegazioni, dati, cifre e qualsiasi elemento utile a comprendere le cause dell’emergenza sono gli elementi cardine per essere credibili e autorevoli.

La comunicazione di crisi è un evento circoscritto e a sé stante, ma di fatto può essere considerata un’estensione naturale di un lavoro di comunicazione puntuale e continuativo. Gestire una crisi e preservare la reputazione aziendale rappresenta un’incombenza meno onerosa quando l’azienda ha costruito un efficace rapporto con i media e con l’opinione pubblica, grazie al supporto di un’attività di ufficio stampa portata avanti nel tempo da professionisti del settore.

La SEO è morta. O forse no.

27 Gennaio 2020

Consigli utili per ottimizzare il tuo sito web sui motori di ricerca nel difficile mondo degli algoritmi

Ti sei mai chiesto quante ricerche vengono fatte su Google ogni giorno? Circa 5,6 miliardi. Un numero stratosferico, vero? Eppure, per quanto ti sembri elevata, questa cifra è di gran lunga inferiore al quantitativo dei contenuti presenti in rete. In sostanza, sul web l’offerta supera la domanda.

Cerchiamo sul web la frase “Cosa è il digital marketing”.

Nel mondo, una query come questa produce 108.000.000 risultati. Cioè 108.000.000 contenuti virtuali sul web rispondono a questa domanda.

La tendenza è in costante aumento: la produzione di contenuti continua a superare il numero delle ricerche. Senza contare che lo stesso Google si sta trasformando per fornire le risposte prima ancora che l’utente atterri su un sito web.

In questo caso vediamo che per conoscere la risposta alla mia domanda “quanto è alto Messi”, non ho perso tempo a cercare la risposta su un sito. Google mi ha fornito immediatamente la risposta, anzi, ha fatto di più. Ha risposto alle mie potenziali esigenze inespresse, indicandomi nelle ricerche correlate che magari potrei essere interessata a conoscere anche l’altezza di Cristiano Ronaldo, di Diego Armando Maradona e di Paulo Dybala.

Tradotto, questo significa che la percentuale di traffico che Google indirizza ai risultati organici (che quindi dipendono dalla SEO) è diminuita. Di conseguenza, è sempre più difficile far sì che il proprio sito web compaia tra le ricerche del motore di ricerca, al netto di sponsorizzazioni.

Ecco il perché della domanda, legittima e provocatoria: la SEO è morta? Niente suspense, la risposta è un “gigantesco NO”. E ti spieghiamo perché.

La SEO è viva e vegeta. E’ solo che ha scoperto che ci sono tanti attori con cui può giocare per renderci la vita complicata.

I primi posti su Google bisogna meritarseli lavorando sodo e in questo il motore di ricerca non ci aiuta granché: come scrive Neil Patel (specialista SEO e Marketing a livello mondiale) “nel 2010 Google ha cambiato l’algoritmo 516 volte. Questo numero è salito a 1.653 volte nel 2016 e a 3.234 nel 2018. Non conosciamo i dati degli ultimi due anni, ma puoi scommettere che il numero degli aggiornamenti sia cresciuto ancora”. [per l’articolo completo in inglese clicca qui].

In una giungla di ricerche e contenuti, ottimizzare il proprio sito a livello SEO e renderlo visibile sul web non è un di cui. E’ LA priorità.

Come fare? Si sente parlare – un po’ troppo spesso – di metodi vantaggiosi e veloci per migliorare la SEO, ma la Search Engine Optimization riguarda in realtà moltissimi aspetti: i contenuti testuali, la user experience del sito, la gestione dei link in entrata (i cosiddetti backlink) e in uscita (quindi i link a cui il tuo sito web punta), l’advertising… Fa tutto parte di un gigantesco insieme in cui nessuna delle parti può essere ignorata.

Non esiste la bacchetta magica. Su cosa lavorare?

Sia che si tratti di contenuti organici, che di sponsorizzazioni a pagamento, ci sono degli accorgimenti di cui proprio nessun’azienda che voglia essere trovata su Google può fare a meno. Vediamone alcuni.

Migliora l’esperienza utente sul sito

Posso avere un sito bellissimo, pieno di immagini stratosferiche, di quelli che suscitano il famiger… ehm, famoso “effetto wow”, ma se gli utenti non navigano bene, se non trovano quello di cui hanno bisogno in maniera veloce, facile e intuitiva, fidati, cercheranno le risposte da un’altra parte. Sul sito del tuo competitor, magari.

Uno scenario orribile, vero?

Migliorare la user experience su un sito significa costruire percorsi chiari e intuitivi, aumentare la velocità di caricamento delle pagine, ottimizzare le URL, correggere i link “rotti” e gli errori 404, aggiornare la sitemap e tanto altro.

Se questo vale in versione desktop, il problema si quintuplica da mobile. A partire dal 1° luglio 2019, Google predilige l’indicizzazione delle versioni mobile di tutti i nuovi domini web: questo vuol dire che ogni sito verrà scansionato dal Googlebot in modalità smartphone, che userà i dati mobile per comprendere la struttura e i link tra le pagine ed estrapolare gli snippet da visualizzare nei risultati di ricerca.

E se il tuo sito non è mobile friendly? Sarà penalizzato. Da Google e di conseguenza dai tuoi utenti.

Scrivi contenuti approfonditi e che rispondano a delle domande

Tanto banale quanto vero: su Google gli utenti fanno domande e cercano risposte. Risposte concrete, però, non fuffologia applicata alla sempreverde leadership di mercato.

La dura verità è che possiamo raccontarci quanto siamo belli, quanto siamo bravi, quanto siamo #primisulmercato (quale mercato? In base a quali dati? Argh!), ma facciamoci un bell’esame di coscienza: sono contenuti che davvero informano l’utente? O sono contenuti che piacciono a noi?

Ecco perché esistono i professionisti del content marketing: perché una cosa non deve escludere l’altra.

Il primo step è creare dei testi che rispondano alle domande degli utenti: conoscere il proprio target, anche in questo senso, è fondamentale.

Cosa serve al mio utente? Quali sono i suoi reali bisogni nel quotidiano? Come la mia azienda/il mio prodotto può rispondere alle sue esigenze e risolvere un suo potenziale problema? Rispondere efficacemente ai quesiti di cui sopra ci aiuterà a creare contenuti utili e premianti. Per i nostri clienti, per i nostri prospect e… per la nostra SEO.

Se vuoi migliorare la tua SEO, occorre scrivere contenuti specifici e mai superficiali, dedicati ad argomenti precisi. Per farlo, però, è indispensabile condurre un lungo e certosino lavoro di monitoraggio delle query di ricerca, delle parole chiave e delle strategie di comunicazione più adatte a veicolare un contenuto esaustivo, utile e ben visibile sui motori di ricerca anche nel medio-lungo termine.

Personalizza il percorso dell’utente sul tuo sito

A parità di ricerca su Google tra me e un altro utente, molto probabilmente i risultati saranno diversi. Questo perché il motore di ricerca sta tentando di personalizzare i risultati di ricerca in base alle preferenze: ovunque tu stia usando il tuo dispositivo, Google analizza i dati, per offrirti un’esperienza sempre più personalizzata.

Come si traduce in termini pratici? Personalizza l’esperienza per una specifica categoria di utenti: questo ti aiuterà a posizionarti meglio sul medio-lungo termine e migliorerà di gran lunga le tue metriche.

Non stiamo parlando necessariamente di contenuti sponsorizzati (Google ADS e affini), ma di strategie organiche di customizzazione della navigazione del vostro sito.

Ad esempio, una volta che l’utente sarà atterrato su una pagina web, sarà opportuno costruire un percorso in grado di “adattarsi” alle categorie di interesse di chi naviga, mostrando nuovi contenuti utili al suo scopo (quantomeno quello che si evince dalla ricerca che ha condotto sul web). Fino ad arrivare a convincere l’utente che la tua azienda non solo vende, ma prima di tutto informa perché vuole essere un tuo partner e perché è competente sul suo mercato, fino a quando sarà l’utente stesso a scegliere (opportunamente guidato) di compilare magari un form di contatto e rilasciarti i suoi dati pur di ottenere qualche “vantaggio”. Altre informazioni? Datasheet? Schede prodotto? Questo è tutto da definire.

Fai in modo che percepisca il tuo valore aggiunto, al di là della vendita (almeno non nell’immediato): la fiducia dell’utente aumenterà, le metriche del tuo sito ringrazieranno, le conversioni avranno buone probabilità di crescere.

Cerca di essere presente su diversi canali

Il web marketing a tutto tondo è l’habitat naturale della SEO. Google studia i siti web, ma non sono i soli attori che gli interessano.

I social network, le DEM, le pubblicazioni su testate di settore, sono tutti elementi trasversali che non solo ottimizzano la presenza sul web, ma aiutano parecchio anche a livello di brand awareness.

And Google loves Brands.

Il Food Design che garantisce successo agli eventi

14 Gennaio 2020

Come il cibo diventa parte di una strategia di comunicazione per trasmettere il valore dell’azienda

Progettare la forma adatta del cibo non è argomento da poco in un momento in cui il Food Design fa da padrone su carta e web. Sapore, consistenza, temperatura e colore sono caratteristiche fondamentali, ma non sono le uniche variabili da tenere in considerazione.

Il Food Designer attribuisce all’alimento la forma e l’interfaccia più adatte, mantenendo estetica ed effetto. Soprattutto nei contesti di feste e cene aziendali è importante non commettere errori da principianti e individuare le soluzioni più rapide e più creative.

Prima di tutto è opportuno capire cosa sia il Food Design e quale sia la sua storia. Nato come specializzazione dell’Industrial Design, studia i cibi per progettare al meglio la loro presentazione e il loro consumo a seconda del contesto scegliendo forma e modalità più corrette in base ad ambiente e circostanze. Le discipline che il Food Designer incontra sul proprio cammino sono le più diverse: dalla biologia all’antropologia, passando per la sociologia dell’alimentazione e la storia dei sistemi culinari.

Cosa sono i Suitable Food

Rendere fruibile il cibo a seconda di precise occasioni non è un aspetto scontato. Postura (in piedi o seduti, se fermi o in movimento), strumenti e interazione tra questi sono fattori essenziali da valutare in base all’alimento da consumare. Il Food Design tratta gli ingredienti come veri e propri materiali e il cibo come un progetto complesso di design. Per questo si analizza tutta la procedura dal punto di vista della sostenibilità, della forma, del materiale, del packaging e dei rituali d’uso.

Se il cibo viene fruito nel modo e nel contesto sbagliato si rischia di penalizzarne il giudizio e di compromettere così la buona riuscita dell’evento. Il Suitable Food consente agli ospiti di godere senza interruzioni o disagi sgraditi di tutti i benefici di una forma progettata appositamente per quel contesto.

La scelta dei cibi e la strategia di inclusione

Quando si organizza un evento che includa il consumo di un pasto è necessario tenere conto dell’uso di prodotti adatti a determinate categorie di soggetti con particolari esigenze.
Il Suitable Food si occupa anche di creare basi e prodotti con ingredienti che possono essere assunti dalla più ampia percentuale possibile di soggetti stessi. Glutine, proteine animali, lattosio e allergeni di varia natura vanno preventivati in modo da rispettare i valori del Design for All e permettere alla più ampia percentuale di soggetti di poter consumare il cibo proposto.

Le mille facce dell’ufficio stampa

14 Ottobre 2019

Uno strumento prezioso e multitasking per comunicare e per gestire tutte le situazioni in cui un’azienda, un ente, un’associazione, un’amministrazione, è protagonista

Negli anni è cresciuta l’importanza dell’ufficio stampa. Tuttavia è bene fare chiarezza, perché spesso sfugge il valore di questo strumento marketing oriented che può rivelarsi prezioso per la realtà che se ne dota, come sappiamo bene in Borderline.
L’ufficio stampa è infatti una struttura che organizza, gestisce e coordina i flussi di informazione, sia all’interno di una realtà che verso il mondo esterno, come dimostrano i tanti casi che la nostra agenzia di comunicazione ha avuto modo di gestire.

Attraverso un dialogo costante con le redazioni giornalistiche, l’ufficio stampa è in grado di veicolare le notizie date dal cliente a giornalisti, prospect, azionisti, blogger, influencer e pr. Di fatto è quindi la voce del cliente, con l’obiettivo di ottenere massima visibilità, migliorare la comunicazione e l’immagine della Committenza, raggiungere un pubblico il più vasto possibile, oppure all’occorrenza selezionato e specializzato, attraverso contenuti di qualità. Nelle unità di crisi, è anche la voce che si leva a garanzia di una realtà, la tutela e cerca di far emergere la verità quando talvolta le segnalazioni risultano fuorvianti.

Una struttura che comunica la sua qualità aumenta il proprio valore, amplificando la portata e la risonanza di ogni sua azione. Ecco perché l’ufficio stampa trasforma gli eventi e i prodotti in notizie, raccoglie, organizza e diffonde dati e spiegazioni per ottenere la giusta visibilità, favorendo lo sviluppo e generando una reputation positiva e favorevole alla crescita.
L’ufficio stampa consente di generare occasioni di visibilità positiva, di prevenire possibili situazioni a rischio sul piano dell’immagine, di accreditare il Cliente nei confronti degli operatori dell’informazione, grazie ad un piano di comunicazione strategico.
L’ufficio stampa proattivo è un consulente specializzato nell’individuare i punti forza per trasformarli in elementi di differenziazione dai competitors. Mira a far conoscere, attraverso i media, le proposte che lo identificano e le relative plusvalenze, non solo per incrementarne il business, ma anche per accrescerne la brand awareness.

Attraverso l’elaborazione dei testi, collabora inoltre all’aggiornamento del sito web, alla redazione di newsletter, articoli e redazionali che consentano agli stakeholder di avere una conoscenza completa della realtà comunicante.
L’ufficio stampa made in Borderline, grazie all’esperienza maturata e alle competenze espresse, è quindi uno strumento multitasking che è garante e partner della realtà con cui collabora.

Associazionismo: la nuova frontiera delle pubbliche relazioni

12 Settembre 2019

“Fare sistema” e rafforzare il proprio messaggio grazie ai rapporti con altre realtà

Le pr sono tra i fattori determinanti per lo sviluppo, soprattutto in tempi così difficili. La comunicazione non è soltanto alla base dei rapporti interpersonali, ma anche aziendali, sia all’interno della singola realtà che nel circuito associativo, così come nella relazione con i portatori di interesse, siano essi clienti o fornitori, istituzioni, enti pubbliche amministrazioni.
Per quanto sia un concetto apparentemente semplice, ancora molte imprese trascurano le pubbliche relazioni. In Borderline spieghiamo spesso come questa timidezza rischi di non valorizzare strutture, azioni, valori. Una mancanza che può penalizzare il business individuale e che, se moltiplicato per un’intera categoria, impedisce persino il diffondersi di una considerazione forte nell’opinione pubblica, comportando implicitamente un’inevitabile ricaduta negativa su tutto il comparto.

In tanti affermano che in Italia ci sia la necessità di “fare sistema”, ma molte volte rimane solo una dichiarazione di intenti. Un’agenzia di comunicazione può essere un valido consulente nell’affrontare le dinamiche che portano alla costruzione di rapporti tra le imprese e di filiera.

Il primo passo è una semplice ma fondamentale riflessione, ovvero la presa di coscienza dell’importanza della comunicazione. Se la trasmissione delle informazioni al pubblico passa inevitabilmente dalle scelte delle singole realtà, molto dipende anche dal modo di porsi verso l’esterno nel proprio ambito territoriale, rafforzata dalla comunicazione rappresentativa della categoria. Intessere relazioni con altre compagini permette di confrontarsi e crescere, sostenersi per superare le difficoltà e travare nuove opportunità di business.

È quanto mai prezioso, soprattutto in questi tempi così delicati, avere approfondimenti, analisi, confronti diretti su temi in discussione. In ciò viene in aiuto l’associazionismo, capace di portare avanti messaggi, inchieste, punti di vista, grazie alle pubbliche relazioni supportate dalle figure preposte da una agenzia di comunicazione e pr.

Dunque investire, non solo in termini economici, ma anche di tempo e attenzione, sulle relazioni pubbliche e associative, è un modo per prendere coscienza di un percorso comune teso al conseguimento di importanti obiettivi. Ascoltare le istanze di colleghi, referenti istituzionali, decisori d’acquisto, prendere visione delle iniziative di altre aziende, apprendere dalle altrui esperienze, diventa un momento di informazione di qualità. Di altrettanta rilevanza è la condivisione di casistiche che possano così portare alla filiera sempre nuovi esempi. Positività e negatività sono entrambe importanti per una visione più ampia di un settore che desidera fare sistema.

Le pubbliche relazioni sono quindi un punto di partenza fondamentale per poter maturare, sia a livello individuale che di categoria, una visione strategica che possa poi tramutarsi in atti concreti. In ciò, un’agenzia di comunicazione e pr è lo strumento privilegiato al servizio di una realtà che guarda al futuro.

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Chi sono? Chi siamo?

30 Luglio 2019

4 passaggi per scrivere un about page onesta e distinguersi dalla folla dei soliti “giovani”, “dinamici” e “leader di settore”.

L’about page non è il regno del luogo comune

L’about page è una delle pagine più visitate dei siti web. Ma allo stesso tempo anche quella con il più alto tasso di abbandono. In teoria dovrebbe rappresentare, per ogni azienda o libero professionista, una vetrina, uno spazio privilegiato in cui mostrare peculiarità e virtù: gli elementi che la rendono unica e la distinguono dalla concorrenza. Ma non è così. La maggior parte dell’about page sono ancora tristemente intrise di luoghi comuni, espressioni vuote e convenzionali. Se non ci credete fatevi un escursione sul web. Anche breve. Scoprirete un mondo omologato, abitato da folle di giovani “dinamici, proattivi, orientati all’innovazione” e attraversato da schiere inverosimili di “leader di settore”. Non vi sembra un po’ strano?

L’about page ha una funzione importante

L’about page ha la funzione di avvicinarvi al vostro pubblico. Di attirare i vostri potenziali clienti per raccontargli chi siete, cosa fate, perché il vostro servizio o prodotto è migliore di altri.  È l’occasione per trasmettere i valori del vostro brand. Detto questo capite quanto sia alta la posta in palio. In ballo c’è la vostra identità. La possibilità di essere riconosciuti e quindi scelti oppure il rischio di essere ignorati perché troppo anonimi o uguale agli altri. Se non volete correre questo rischio e state mettendo mano alla vostra about page seguite i consigli che stiamo per darvi.

Suggerimenti per una about page efficace

Parliamoci chiaro. Per scrivere una about page come si deve occorre liberarsi dalla fretta e dalla pretesa di arrivare nell’immediato a un testo definitivo. Infatti, non si tratta di scrivere una cosa qualunque ma un testo che miri a racchiudere e a sintetizzare i valori e punti di forza della tua azienda o della tua attività. Non è una cosa da poco. Occorre procedere per passaggi:

  1. Raccogliete le informazioni: il primo errore che commettono in tanti è il ricorso a espressioni generiche e altisonanti “professionisti eccellenti”, “alti standard di qualità” e cosi via. Questo accade quando chi scrive non ha ben in mente cosa vuole comunicare e per pigrizia segue il trend generale, credendo di prendere una scorciatoia che però non porta da nessuna parte. Per evitare il vicolo cieco del luogo comune la cosa più semplice da fare è prendere un bel foglio bianco e buttar giù una scaletta di tutti gli argomenti possibili. Per farlo potete ricorrere alla regola giornalistica delle cinque W. Quando è nata l’azienda? Chi l’ha creata? Perché? Ciò che importante è approfondire la risposta a ogni domanda. Vedrete. Scoprirete o riscoprite un sacco di cose sulla vostra azienda o attività.
  2. Selezionate l’essenziale: ora che avete raccolto tutto il materiale pensate di essere pronti a battere sulla tastiera, ma ti sbagli. Adesso dovete accendere il cervello, sfoderare il vostro spirito critico per scegliere cosa eliminare e cosa evidenziare nella vostra about page. Non potete permettervi di travolgere il lettore con un eccesso di informazioni. Perché ricordate: il vostro lettore è anche il vostro potenziale cliente e come tale si aspetta delle risposte concrete, delle soluzioni al suo preciso bisogno. Quindi non vi perdete nei meandri della storia, ma andate subito al punto cercando di rispondere alla seguente domanda. Perché, oggi, il cliente dovrebbe scegliere noi o un altro?
  3. Datevi un tono: adesso che sapete cosa dire, siete pronti a scrivere. Anzi, quasi. Manca ancora un aspetto non trascurabile: il tono di voce o semplicemente lo stile, una combinazione di sintassi, parole e scelte semantiche in grado di rispecchiare la vostra identità. Per chiarire facciamo qualche esempio. Se siete un ristorante di lusso, vi presenterete prediligendo termini ricercati ed aulici con l’obbiettivo di ricreare un’atmosfera esclusiva, se siete un’azienda che vende articoli sportivi ricorrerete a uno stile più diretto ed emozionale. Ancora, se siete un’azienda meccanica, abbandonerete ogni retorica per focalizzare l’attenzione su un copy pulito, puntuale e preciso. In definitiva, dipende tutto dall’universo a cui appartenete, dai vostri valori e da come vi collocate nei confronti dei vostri clienti.
  4. Inserite una call to Action: hai raccontato al potenziale cliente cosa sai fare e come lo sai fare. Lo hai fatto con il tono che ti appartiene, con il tuo personalissimo stile. Purtroppo non basta. Ora dalle parole bisogna passare ai fatti. A una dimostrazione concreta. Da questo punto di vista,  nulla è più onesto ed efficace di una bella call  Action che invita i visitatori del sito a scoprire tuo portfolio, a esaminare le tue case history di successo o semplicemente a visionare i clienti per cui hai lavorato. Invitali a dare un’occhiata e mostra di che pasta sei fatto.
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Visual Storytelling: amore a prima vista

4 Luglio 2019

Come declinare la brand identity in un’immagine di qualità

Per comunicare ci vuole amore. Amore per ciò che si racconta, amore per le parole, amore per le immagini. Ma, come in tutte le relazioni, ci sono delle regole fondamentali da rispettare, prima fra tutte la creazione di contenuti di qualità.

Quando si parla di comunicazione viene automatico pensare alla scrittura e al content writing, passando poi per le nuove tecniche di storytelling e copywriting. Ma con le rivoluzioni che il web sta attraversando la tendenza è sempre più quella di considerare le parole un’introduzione, un accompagnamento, una spiegazione dell’immagine, vera protagonista di ogni storia. Il linguaggio non è materia solida, è un componente fluido e malleabile, modificabile per diverse esigenze e diverse piattaforme. Scegliere quello più aderente all’immagine selezionata aiuta a ottenere una comunicazione di successo.

Il contenuto visivo è ciò che attira l’attenzione e che, se abbastanza interessante, porterà a leggere il testo di corredo e probabilmente anche ad approdare al tuo sito o al tuo profilo. Tutto il processo inizia con un’immagine originale e ben confezionata seguita a ruota dagli altri elementi in gioco, tappe fondamentali che conducono dritti alla meta grazie al fil rouge della curiosità. La comunicazione oggi è molto più che multimediale, è crossmediale, e utilizza diverse piattaforme e linguaggi che si intrecciano tra loro in armonia. Testi, foto e video vanno a braccetto muovendosi in una coreografia perfettamente architettata: devono avere lo stesso ritmo e la stessa voce per essere egualmente efficaci.

Visual Content Marketing: come usarlo per promuoverti

L’elemento visuale ha più probabilità di imprimersi nella memoria e questo dato si traduce statisticamente in un enorme utilizzo delle immagini in tutto l’universo dell’advertising.

Il Visual Content Marketing si preoccupa che ogni elemento che compone l’immagine sia parte di uno stile coerente studiato e progettato in precedenza che racconti una storia, la tua o quella dell’azienda. Ogni contenuto che prende vita per il web viene lasciato navigare in esso e diventa parte integrante di un mare di informazioni dove è necessario attirare l’attenzione per riuscire ad emergere.

Essere coerenti nella voce e nel contenuto non basta, è importante esserlo anche con le immagini – quegli spunti visivi che sono i primi ad arrivare all’occhio del possibile cliente/follower/spettatore. Lo stile deve essere riconoscibile e tradursi in un’immagine che diventi espressione di un progetto ben delineato.

Non solo fotografia

Da un po’ ci sentiamo ripetere che i video sono la comunicazione del futuro. Non a caso piattaforme come Instagram, Facebook e Snapchat stanno facendo di tutto per portare i propri utenti a produrre e pubblicare contenuti video. Nel tempo anche un social legato alla parola come Twitter si è piegato a questa esigenza. Immagini e video, però, non sono la tua unica via per raccontare chi sei e cosa fai: affidati a infografiche, meme e gif per spiegare meglio un concetto oppure coinvolgere il tuo spettatore.

Consigli pratici per creare un contenuto visuale efficace:

  • da una buona luce nasce una buona fotografia o un buon video, perciò fa in modo che gli ambienti siano ben illuminati, evitando l’uso del flash;
  • scegli i colori del tuo progetto con cura: le cromie nascondono una potenza a volte sottovalutata perciò lavora sulla palette colori per trovare quelli più affini e coerenti;
  • scegli una via da seguire nella composizione fotografica: un ordine preciso o un caos deliberato.
  • utilizza il video in modo creativo: anche se breve può spiegare le fasi di una specifica attività, può essere dimostrativo o fungere da report di un evento.

Una breve lista di tools che ti aiuteranno:

  • Canva è imprescindibile per realizzare grafiche, infografiche e impaginazioni di testo.
  • Vsco, A color story e Snapseed sono app utilissime per fare photoediting.
  • Fotor e Flickr per un ritocco fotografico di base.
  • Cutstory è ottimale per editare materiale video da proporre direttamente nelle story di Instagram.
  • Affidati a Visual.ly o a Info.gram per creare infografiche che arrivano dritte al punto.

Segui la creatività e gioca con i colori!

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